L’album fotografico, la conservazione delle foto di famiglia e il trasferimento della memoria familiare

Michela Giangualano


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Comparazione delle quattro interviste per argomenti

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I fotografi. Sono quasi esclusivamente uomini, ad eccezione della famiglia di Maria, dove sia lei che sua mamma amano fotografare. Appare poi il caso interessante narrato da Anna del fotografo di paese, che è legato a una situazione sociale riferentesi ormai a un ‘lontano ‘ passato.

I fotografati. Sono quasi esclusivamente donne e bambini, soprattutto Franco riferiva del monopolio delle sorelle nel farsi fotografare.

Gli archiviatori. In prevalenza sono le mamme, ma con la crescita anche i figli vogliono dire la loro. Normalmente è la famiglia d’origine ad avere il possesso degli originali. Sono i genitori che custodiscono gelosamente questo patrimonio familiare.

I narratori di storie di famiglia. Di solito le mamme, le zie e le nonne, principali artefici del passaggio di memorie familiari, nei casi presi in esame. Un caso a sé è quello del padre di Giovanni, che racconta con nostalgia dei suoi genitori, trasferitisi dal Veneto, creando attorno alla loro figura la visione mitica.

Il passaggio della memoria. Chiaramente avviene per numerose vie: narrazioni casuali e quotidiane, abitudini di vita consolidate... La fotografia si inserisce in questo discorso più per la capacità di rievocazione affettiva che per la possibilità di essere un momento di narrazione di storie. La fotografia occupa comunque uno spazio importante nell’ambito dell’affettività, come momento del ricordo di chi non c’è più e delle persone e degli avvenimenti passati che ci hanno emozionato.

Il senso d’appartenenza alla famiglia. Certo, nelle foto vediamo i volti familiari e le somiglianze, nel fisico e nei gesti di chi ci ha preceduto, con noi. Ma l’appartenenza alla propria famiglia è data soprattutto dalla quotidianità del gesto d’ogni giorno, dai copioni che si recitano insieme e dalle esperienze condivise.

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