L’album fotografico, la conservazione delle foto di famiglia e il trasferimento della memoria familiareMichela Giangualano |
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Conclusioni
Guardando le foto di altri, sfogliando un nostro album di fotografie, ci percorrono immagini e storie, e noi in questi episodi di vita ci lasciamo coinvolgere emozionalmente. Una foto può portarci alla memoria episodi di una vecchia routine quotidiana, memorie di volti e voci familiari, sentimenti di perdita o di identità. Sfogliando gli album della nostra infanzia potremo rammaricarci perché non c’è la foto di quell’evento, che ci sarebbe tanto piaciuto fosse rimasto per sempre fissato su carta. Ci manca una memoria fisica di quell’attimo, ma anche gli spazi vuoti ci inducono a pensare, a rattoppare con la fantasia, laddove non c’è stata la possibilità di registrare materialmente. Nella singola foto possono veramente viversi molte storie. La foto commuove, per un attimo ci porta nel passato, ci fa vedere come gli altri ci vedono, e ci fa pensare a come eravamo noi, a come ci sentivamo, alle nostre possibilità dischiuse e forse mai realizzate. Ad Anna dispiace il non aver potuto fotografare l’evento della nascita di suo figlio: le sembra che quell’attimo le sia sfuggito, annebbiato dal sovrapporsi di nuove esperienze. La foto, se ci fosse stata, avrebbe fatto da ponte al ricordo. In una foto di Franco vediamo il momento idealizzato del rapporto col padre: per lui quella scattata in Piazza Duomo è la foto significativa della sua vita (ne parla tre volte e si commuove nello scovarla dal suo ricordo). In quella foto non compaiono le sorelle, strafotografate, invadenti: è il risvolto del lato maschile della famiglia, è il momento di intimità tra uomini, il passaggio di consegne tra le generazioni. Solo da quella foto possiamo riesumare da un passato lontano il legame tra un padre e un figlio. Mettendo in ordine le loro fotografie insieme, scegliendo e creando associazioni, i genitori di Giovanni vivificano il loro rapporto, danno un senso agli eventi, ai fatti, alle circostanze: si fanno coppia, collaborano, creano unione e complicità. Giovanni stesso si esercita come narratore con gli amici, mostrando loro le foto scattate nei momenti di allegria e serenità, rievocando il cosa e il come e il chi, preparandosi al ruolo di chi un giorno trasferirà memorie ai propri cari. Maria è immersa in un mare di foto, e non si accontenta di accatastarle alla rinfusa: ha dei progetti sul come archiviarle, collegarle, crea rimandi sonori e vocali, vivifica emozioni e ricordi, incastrando tasselli, riallacciando i binari dei sentimenti. Utilizza le nuove tecnologie per fare della memoria fotografica del passato un’arte. Franco, tradizionalista e puntiglioso, quando riguarda e sistema le sue fotografie, mette anche ordine nei suoi ricordi e si sofferma sui particolari di un mondo lontano, quasi con stupore e sicuramente in intimità. L’incontro con il passato fatto di immagini di carta non è sicuramente indispensabile a queste persone per sentirsi parte della storia della loro famiglia, ma è sicuramente un aggancio estemporaneo che li proietta a sorpresa nel passato, rendendo più tangibile la memoria e selezionando il ricordo. E’ una sponda a cui attaccarsi per trattenere in vita esili frammenti di memoria e per ritrovare se stessi e le proprie radici. <<< Comparazione delle quattro interviste per argomenti | Schema dell'intervista >>> |
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