L’album fotografico, la conservazione delle foto di famiglia e il trasferimento della memoria familiareMichela Giangualano |
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Il metodo
In questa ricerca si parte dal presupposto che la fotografia sia un supporto materiale che può far da tramite alla conoscenza della propria storia familiare. In particolare si vuole "verificare" se la consultazione congiunta delle foto di famiglia rappresenti un momento significativo del passaggio dalla memoria familiare vissuta alla memoria familiare narrata. Si vogliono quindi esplicitare quali figure all’interno della famiglia si occupano maggiormente del passaggio della memoria familiare tramite lo strumento della fotografia e a quali limiti è sottoposta questa procedura di passaggio di informazioni. Lo strumento optato per conoscere meglio come la fotografia si inserisca nell’ambito della narrazione e memoria familiare non può essere che quello dell’intervista autobiografica. Ma per l’esigenza di riferirsi all’esperienza diretta di più persone, per rendere più raffrontabili i dati, e soprattutto per consentire una più facile lettura degli stessi, si è qui preferito rivolgersi alla somministrazione di uno schema di intervista semi-strutturato, piuttosto che ad un’intervista in profondità su un tema generico ma personalizzato, lasciando comunque aperta la strada al racconto di episodi di vita, all’interno di una struttura di intervista con una logica di percorso di riferimento già data. L’intervista è stata somministrata a un campione ad hoc di due donne e di due uomini, di età compresa tra i 29 e i 71 anni. Tutte le persone contattate hanno formato una nuova famiglia (dalla mononucleare in su). Due degli intervistati hanno avuto figli e due no. Le interviste sono state registrate, ed è stata comunicata agli intervistati la finalità dell’intervista. E’ stato loro raccomandato di riferirsi a fotografie che erano state realizzate precedentemente alla fuoriuscita dalla loro famiglia d’origine, o che comunque fossero per loro lontane nel tempo. La durata temporale delle singole interviste è variata da un minimo di 25 a un massimo di 40 minuti l’una. Si è cercato di individuare quali figure familiari ricoprivano principalmente i rispettivi ruoli di fotografo, fotografato e archiviatore delle foto, nonché di depositario delle storie di famiglia. Si è attirata l’attenzione sulle fotografie in se stesse, sulla consultazione congiunta delle foto, sulla narrazione di episodi correlabili alle foto, sul legame affettivo con le foto. Si è cercato di capire se il senso d’appartenenza alla propria storia familiare potesse venir indotto anche dalla possibilità di comunicare propria dell’elemento fotografico. Si è cercato di collocare temporalmente fin dove attualmente può giungere la memoria collegabile al supporto fotografico. Si è poi passati a considerare il conflitto che può insorgere per il possesso delle foto in situazioni problematiche. Infine sono state poste alcune domande di commento alla conduzione dell’intervista stessa, con possibilità di spaziare in un nuovo orizzonte di senso. Riporto di in allegato - per esigenze di chiarezza - lo schema di intervista adottato. Per la conduzione delle interviste si è cercato di mettere in atto quegli accorgimenti di carattere verbale, paralinguistico, non verbale, emotivo e di predisposizione della situazione di colloquio, che sono stati indicati durante le lezioni di Psicopedagogia della Famiglia e che sono anche ben illustrati nel libro di Silvia Kanizsa "Che ne pensi? L’intervista nella pratica didattica" (Carocci editore, Roma, 1998). [Ordina da iBS Italia] Si è cercato di riprodurre nella conduzione dell’intervista una situazione di ascolto attivo, non giudicante, autenticità nel modo di porsi e interesse verso la persona dell’intervistato e le sue esigenze. Le interviste sono riportate in forma anonima (con contraffazione del nome degli intervistati), ma corredate di una breve descrizione delle caratteristiche degli intervistati che sembravano significative al fine dell’indagine (sesso, età, composizione della famiglia attuale e di origine). Come metodo di lavoro, si sarebbe potuta tentare una intervista familiare congiunta a parenti, ma lo scopo, lo spazio e il tempo a disposizione per questo studio non consentivano più di una semplice analisi individuale delle interviste e di un confronto a posteriori delle differenze e analogie più evidenti nel ricordo degli intervistati. Nella formulazione delle domande si è cercato di coniugare le domande dirette, indirette, e proiettive in una struttura formale di riferimento, che consentisse di seguire una traccia predefinita, pur lasciando una certa libertà di allontanamento dalla prefigurazione iniziale. Si sono utilizzate in questo senso - anche se moderatamente - alcune tecniche non direttive rogersiane come la reiterazione a riflesso semplice, il riflesso del sentimento, il riflesso parziale e la riformulazione ad eco, laddove l’andamento dell’intervista richiedeva una certa elasticità di percorso. Per l’analisi dei contenuti si è optato per la suddivisione in unità di senso, e sulle procedure di carattere qualitativo (atmosfera di presentazione del discorso dell’intervistato, connotazioni personali, particolarità del ricordo) e comparativo, realizzando solo in sede preliminare di raccolta dei dati un analisi di carattere quantitativo, che però per motivi di spazio non è stata qui riportata. Sono riportate in allegato, per riferimento, le trascrizioni delle interviste condotte. <<< Principi teorici di riferimento | Altri spunti di ricerca >>> |
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