La scuola vista dal web: comunicazione, identità e cultura nei siti internet delle scuole superiori di Milano |
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1. La storia e le principali teorie della comunicazione1.1. La comunicazione
Luigi Anolli in "Psicologia della comunicazione" definisce la comunicazione come:
Sempre per Anolli bisogna fare attenzione a distinguere la comunicazione, dal comportamento, dall'informazione e dall'interazione. Infatti il comportamento corrisponde ad una qualsiasi azione motoria messa in atto da un individuo, per svariate ragioni anche di natura riflessa, e percepibile da un altro. E mentre ogni comunicazione presuppone un comportamento, non è vero l'inverso. Per questo Anolli sottolinea come Watzlawick, Beavin e Jackson, sovrapponendo i concetti di comunicazione e comportamento hanno inficiato la possibilità di comprensione della specificità della comunicazione. D'altro canto, l'informazione è un processo di acquisizione di conoscenze, inferite autonomamente da chi le elabora, in base alla sua capacità, rispetto un certo oggetto o soggetto. L'interazione è invece quel contatto, anche involontario, tra individui, che va a modificare la situazione preesistente delle cose tra loro. L'interazione non è necessariamente intenzionale e quindi non implica necessariamente una comunicazione. L'interazione si trova in posizione intermedia tra la comunicazione e il comportamento. La comunicazione è caratterizzata, per Anolli, da due dimensioni principali:
Possiamo anche dire con Consonni (1971) che la comunicazione implica un'idea di partecipazione, un progetto nel quale gli interlocutori hanno lo stesso peso e i destinatari possono agire anche come emittenti. È inoltre da ricordare che il testo può contrapporsi alla sua manifestazione significante e alle tracce di intenzionalità comunicative che vi sono presenti. Gianfranco Bettetini in "Semiotica della comunicazione d'impresa" (1993) ci dà un elenco degli elementi individuabili a vario livello nella comunicazione, al di là dei singoli ambiti disciplinari:
Gli elementi che principalmente contraddistinguono la comunicazione da una attività semplicemente informativa sono: la parità di ruolo fra gli interlocutori e la partecipazione allo scambio. Ciò che si dovrebbe mettere in atto è di fatto una conversazione. Si è assistito però nel tempo al fenomeno dell'appiattimento della comunicazione sull'informazione. Come dice Bettetini (1993):
Bettetini rileva anche che spesso si tende a confondere i fini della comunicazione con istanze di sola natura persuasiva e, di conseguenza, a iscrivere le sue articolazioni nelle modalità della retorica (Bettetini, 1993, p.15). Nel messaggio funzionalmente costruito per Bettetini (1993) vi sarà spazio per tre aspetti:
La riflessione sulla comunicazione ha origini antiche. Nel mondo antico si guardava al rapporto stretto esistente tra il pensiero e il linguaggio. Più problematico risultava essere il rapporto con le cose per la teoria dei segni degli stoici. Platone, nel dialogo "Cratilo" mostra i punti di vista di Cratilo, Ermogene e Socrate riguardo il legame sussistente tra segno e realtà. Per Cratilo i nomi esprimono autenticamente le cose cogliendone la giustezza universale. Per Ermogene il nome è inerente alla cosa solo per consuetudine e per l'uso protratto nel chiamare le cose in un certo modo. Infine per il portavoce di Platone (Socrate) il naturalismo estremo non è sostenibile, conoscere i nomi delle cose non consente l'accesso alla verità e si deve prescindere dal linguaggio per assurgere alla autentica contemplazione delle idee. Aristotele nel "De interpretatione" distingue tra entità foniche, cose e concetti (le cose che sono nell'anima). Secondo Stefano Gensini, vi è in Aristotele uno spostamento dell'attenzione dal rapporto fra suono e realtà al rapporto fra il suono della voce e un contenuto psichico (Gensini, 1999, p.34). La questione della arbitrarietà del segno diverrà una centrale questione semiologica. Aristotele ha studiato anche la retorica, arte della persuasione, che ha il fine di muovere pragmaticamente le passioni del destinatario tramite l'uso di sillogismi. Saper comunicare e persuadere è stato sempre fondamentale per i detentori del potere. Sant'Agostino, nel "De doctrina christiana", riflette su cosa siano i segni e le parole (che sono segni in senso stretto poiché servono solo a significare, ma anche "cose" perché abbisognano di un supporto materiale). Per Agostino il segno nasce dalla associazione di un oggetto sensibile con un significato. Come sostiene Stefano Gensini nel suo "Manuale della comunicazione", in Agostino è già presente la percezione della relazione triadica del segno per cui "qualcosa sta per qualcos'altro per qualcuno in certe circostanze" (Gensini, 1999, p.29). Si sono avute dispute medievali sul nominalismo, che si interrogava sulla natura degli universali. Già nel Cinquecento in Francia e in Germania fiorirono studi sulla comunicazione a carattere storico a seguito della comparsa dei primi giornali stampati. Nella modernità per comunicazione si intende spesso il mezzo di comunicazione. Per lungo tempo la comunicazione è stata legata alla metafora spaziale e territoriale. Gli studi sulla comunicazione all'inizio del Novecento hanno spesso fatto riferimento a una prospettiva teorica ed umanistica più che empirica. Solo con la seconda guerra mondiale si rafforzò la prospettiva delle scienze sociali e del comportamento. 1.3.1. L'approccio matematico-cibernetico Nel Novecento si è iniziato a parlare di trasmissione di informazioni. Nell'approccio matematico si considera l'informazione come differenza tra due o più elementi o dati. La teoria dell'informazione, di carattere ingegneristico, è stata elaborata da Claude Shannon (1949) e Warren Weaver (1958) alla fine degli anni Quaranta ed ha principalmente analizzato l'invio e il trasporto delle informazioni. Un segnale (messaggio) passa da un emittente (mittente), attraverso un trasmettitore, a un destinatario (ricevente), attraverso un recettore, lungo un canale fisico (supporto materiale). Il messaggio (composto di segni) deve essere codificato (costruito e combinato secondo certe regole, un codice) da chi lo emette e decodificato da chi lo riceve. Il contesto gioca un ruolo più o meno importante a seconda del tipo di codice utilizzato. Essendoci del rumore lungo il canale è necessario che il segnale possegga una certa intensità che gli consenta di raggiungere la destinazione, in modo che l'informazione risulti effettivamente trasmessa. L'informazione non è quindi ciò che è stato comunicato, bensì ciò che ha buona probabilità di raggiungere la destinazione, superati gli impedimenti lungo il canale. La comunicazione è tale solo ove vi sia un passaggio di informazioni tra emittente e ricevente e una risposta. Per Shannon è importante che vi sia un feedback, segnale di ritorno, dal ricevente all'emittente, che serve a verificare che il messaggio sia arrivato a destinazione. Il feedback consente all'emittente di verificare l'intenzionalità del ricevente a recepire il messaggio, ai fini di prevedere il seguito che potrà avere la comunicazione. In questo modello sono privilegiati la macchina e i mezzi di comunicazione. Qualora si consideri il modello dato all'interno del processo comunicativo umano, già al livello cibernetico va messo in evidenza che la formula usata da Winner e Shannon è valida solo se l'emittente e il ricevente dispongono di un repertorio comune di simboli, esperienze, ambiente e cultura. Il difetto principale riscontrato da questa concettualizzazione è quello di non dar conto del processo di interpretazione, e quindi dei problemi soggettivi e psicologici degli individui che comunicano. La comunicazione umana è infatti irriducibile a un processo lineare, è piuttosto un processo interattivo e a più piani. Come sostengono Pettigiani e Sica in "La comunicazione interumana" (1993):
La semiotica si occupa di segni: fenomeni che significano qualcos'altro rispetto al fenomeno stesso. Nell'approccio semiotico il processo di significazione è la capacità di generare significati ed implica la capacità di un messaggio di essere dotato di senso per i comunicanti. Nel diagramma della significazione di Ogden e Richards sono messi in relazione un simbolo (il termine linguistico), il referente (l'oggetto comunicato) e la referenza (il concetto dell'oggetto). Il simbolo non ha rapporto diretto con il referente, ma soltanto con la referenza, pertanto trattasi di un prodotto culturale. Il linguista ginevrino Ferdinand De Saussure, col suo "Corso di linguistica generale" (1916) ha iniziato ad avviare il discorso sul funzionamento del linguaggio, visto in un ottica sincronica. De Saussure considera langue (lingua) il codice o sistema che comprende i segni e le loro regole di connessione e considera parole (parola) l'uso che si fa individualmente del codice. Secondo Gensini il livello della lingua o sistema è costituito da "procedimenti di classificazione (sia delle esecuzioni fonetiche, sia delle significazioni) i quali formano il patrimonio linguistico condiviso da una comunità e depositato nel cervello dei parlanti". Nella prospettiva strutturale (di de Saussure), il segno è l'unione di un significante (l'immagine acustica) e di un significato (l'immagine mentale). La funzione semiotica del segno è frutto di una relazione tra il significante e il significato, e si colloca quindi oltre la realtà fisica. Il segno è costituito da una equivalenza tra espressione e contenuto ed è arbitrario e convenzionale, in quanto denotato culturalmente. È oppositivo, in quanto non corrisponde a nessun altro segno del sistema di comunicazione di riferimento. Il segno come equivalenza implica la nozione di codice o struttura. Per il filosofo pragmatista nordamericano Charles Sanders Peirce il segno è qualcosa che sta per qualcosa d'altro per qualcuno, sotto qualche rispetto. È un sostituto significante di qualcosa, che non necessariamente deve esistere. Non vi è rapporto con le cose. Della cosa il segno rappresenta solo un certo punto di vista, con determinati fini pratici. La conoscenza è abduzione, o inferenza ipotetica. Il processo di semiosi ha avvio dalla percezione, ma l'oggetto immediato, che è l'oggetto come il segno se lo rappresenta, è distinto dall'oggetto dinamico, reale, che non è immediatamente presente. Il significato di un segno è tradotto mediante un interpretante, che è il segno che interpreta il segno. Così ha luogo una traduzione, che è appunto un processo di interpretazione. Via via che si prosegue nel processo si scopre sempre qualcosa in più. Il processo di significazione avviene a livello psichico. Significante e significato costituiscono le due facce della stessa realtà del segno. Peirce individua tre tipi di segni:
Solo i simboli costituiscono delle relazioni segniche a pieno titolo, ovvero sono segni generali. Ad ogni modo per Peirce un determinato segno concreto può essere sia indice che simbolo: le classi citate non sono disgiunte di necessità. Il segno come inferenza rimanda a una nozione di contesto. La conoscenza è abduzione, ovvero consiste nell'assunzione di un ipotesi. L'inferenza è un indizio da cui trarre una conseguenza. L'abduzione differisce sia dalla deduzione (che procede dalla regola ai casi particolari) sia dall'induzione (che inversamente procede dai molti casi particolari alla regola). Il pensiero precedente rimanda al successivo in un processo interpretativo sempre aperto. Si cerca di fissare una regola, che possa essere successivamente confermata dai dati o smentita, dando luogo ad una nuova ipotesi. Si tratta in definitiva di una ricerca di punti di riferimento per dar luogo alla comunicazione. Nell'ambito degli studi semiotici possiamo ricondurre il linguista e semiologo russo Roman Jacobson e il circolo della comunicazione, basato sui seguenti elementi: mittente , destinatario, contesto, messaggio, canale, codice. Per Jacobson ad ogni elemento del linguaggio corrisponde una funzione. Come precisa Eleonora Fiorani in "Grammatica della comunicazione", riferendosi alle osservazioni di Jacobson, in un testo emergeranno di volta in volta come principali la funzione espressiva, conativa, fatica referenziale, metalinguistica e poetica (o estetica):
Mentre Jacobson sottovaluta il ruolo del ricevente nell'ambito comunicativo, Greimas (appartenente al filone della semiotica generativa) lo rivaluta. Propone infatti un'idea di comunicazione come scambio in senso antropologico. Per lui i soggetti della comunicazione sono entrambi competenti e assumono il nome di destinante e destinatario. Oltre il processo produttivo e poietico dell'opera si prende in considerazione anche il processo estesico, che riguarda la percezione che dell'opera ha il fruitore. Per Eleonora Fiorani:
L'ermeneutica è la comunicazione assunta come interpretazione. Si tratta di un intendere intenzionale che deriva da una precomprensione. All'interno del circolo ermeneutico si utilizza l'autoreferenzialità, per cui per capire bisogna aver già compreso. Si comprende il dettaglio partendo dall'intero, costituito da un atto di comprensione intuitiva. Fautori di questo tipo di dibattito sono stati Schleiermacher, Heidegger e Gadamer. La pragmatica si occupa dei rapporti che intercorrono tra un testo e il suo contesto di riferimento. Con l'approccio pragmatico si prendono in considerazione i processi impliciti della comunicazione, che servono a inferire dal contesto ciò che il testo dice. La comunicazione è vista come un processo. Per Austin dire qualcosa è fare qualcosa. Austin distingue gli atti in:
Austin distingue tra atti linguistici diretti, in cui la forza attribuita all'enunciato viene fatta derivare dal suo significato letterale, e atti linguistici indiretti, in cui la forza illocutoria deriva dalla modalità non verbale di comunicazione. Searle nel saggio "Che cos'è un atto linguistico?" (1973) sostiene che:
Per Searle (1973) le regole possono essere distinte in:
Searle ipotizza che "la semantica può essere considerata come una serie di sistemi di regole costitutive e che gli atti illocutivi sono atti eseguiti secondo questo insieme di regole costitutive"(Searle, 1973, p.93). Si può distinguere l'atto allocutivo dal contenuto proposizionale di un atto allocutivo. Searle puntualizza infatti che la frase possiede due parti: l'elemento indicante la proposizione e l'indicatore di funzione. "L'indicatore di funzione mostra come deve essere intesa la proposizione, o, per dirlo in un'altra maniera, quale forza allocutiva deve essere attribuita all'enunciato, cioè quale atto allocutivo il parlante esegue nel produrre la frase" ( Searle, 1973, p.95). I segni prodotti nell'esecuzione di un atto linguistico hanno un significato. Una persona intende significare qualcosa con questi suoni e segni. Per Searle:
Per Bostrom (approccio comportamentista) la forza illocutiva richiama il concetto di intensità: "il metodo principale con cui il linguaggio influenza il cambiamento di atteggiamento (Bostrom, 1990), che pure inerisce al livello perlocutivo. Sempre per Bostrom, lo stile (modalità organizzativa della componente espressiva di un testo) è collegato alla forza persuasiva del messaggio e si colloca nell'ambito della funzionalità del messaggio e quindi del livello perlocutorio della comunicazione (non semiotico). Lo stile, che mette in evidenza la personalità del trasmittente, va analizzato anche in funzione del ricevente, delle sue dimensioni percettive, della sua emotività e del suo modo di avvicinarsi ai contenuti. La scelta stilistica deve fondarsi, quindi, su un lavoro di "individuazione" del pubblico con il quale si intende entrare in relazione (Bettetini, 1993, p.118). Grice, nella prospettiva semio-pragmatica, traccia una distinzione nella comunicazione tra significato naturale e convenzionale, dove quest'ultimo è dato dal voler dire qualcosa da parte del parlante a qualcun altro. All'intenzionalità informativa viene aggiunta quindi l'intenzionalità comunicativa. Mentre nella comunicazione appare l'elemento dell'intenzionalità, nell'informazione rientra anche tutto ciò che viene trasmesso indipendentemente dalla volontà di un soggetto. Il successo della comunicazione si fonda sul principio di cooperazione (o collaborazione), ovvero sul dare il proprio contributo nel modo opportuno in riferimento agli scopi e l'orientamento della conversazione (Grice, 1975). Il principio di collaborazione fa riferimento a quattro categorie di massime che riguardano: Quantità, Qualità, Relazione, Modo. Se consideriamo i testi come oggetti-progetti di comunicazione, avremo un soggetto enunciatore, produttore e prodotto del testo nello stesso tempo, e un soggetto enunciatario, prodotto dal soggetto enunciatore e dal testo: si tratta di un'immagine del recettore, che si costruisce nel tempo dell'enunciazione con il progredire del testo (Bettetini, 1993). Le massime della Qualità ("Tenta di dare un contributo che sia vero", "Non dire ciò che credi essere falso", "Non dire ciò per cui non hai prove adeguate") si riferiscono al giudizio di verità e sono focalizzate sull'intenzionalità e la competenza epistemica dell'interlocutore. Il significato è costruito dal punto di vista del parlante, senza che ci sia un vincolo del significato ai concetti tradizionali di verità e falsità (Grice, 1975). È l'enunciatore che costruisce l'enunciatario, che diviene testimone della veridicità dell'enunciatore. Ciò produce un effetto di veridizione nei confronti del ricettore. Naturalmente è possibile una violazione delle massime della Qualità, intenzionale o meno. L'enunciatario può essere costruito in modo paritetico, con assunzione di un vero ruolo conversazionale, ma può anche venir assoggettato alle ambiguità del testo, o addirittura ingannato. Lo spettatore potrà vivere la tipologia dell'enunciatario in un'ottica di completa soggiacenza-mimesi, ma anche nel più radicale rifiuto-alternatività (Bettetini, 1993, p.32). Per quanto attiene alle altre massime, si può dire con Bettetini che "sono finalizzate al conseguimento di uno scambio efficiente di informazione, quindi, al successo della conversazione, al successo del passaggio di valori e di sapere dal testo al lettore-spettatore-consumatore" (Bettetini, 1993, p.24). Sperber e Wilson propongono un modello ostensivo inferenziale. Distinguono tra intenzione informativa e intenzione comunicativa, laddove la prima fa riferimento all'intenzione di informare il destinatario di qualcosa, e la seconda si riferisce all'intenzione di informare il destinatario sulla propria intenzione informativa. Perché vi sia comunicazione un fatto deve essere manifesto, ovvero il soggetto deve poter rappresentarsi mentalmente il fatto e accettare la sua rappresentazione come probabilmente vera. Nel mutuo ambiente cognitivo le ipotesi sono reciprocamente manifeste e vi è quindi possibilità di cooperazione. Ciò che si valuta è la pertinenza delle ipotesi al contesto. La Scuola di Palo Alto, in polemica con la teoria matematica della comunicazione, ha adottato una visione relazionale della comunicazione. Qui la comunicazione è vista come dialogo ed è bidirezionale. Per Watzlawick (1971) la comunicazione è un "processo di interazione tra le diverse persone che stanno comunicando" Per lo studioso "non si può non comunicare" (Watzlavick, 1971, p.44) . Non può esistere una non-comunicazione, in quanto non può esistere un non-comportamento. Perché vi sia comunicazione non vi è bisogno quindi di intenzionalità. Watzlawich ha sviluppato la pragmatica della comunicazione, dove il primato spetta appunto alla relazione. Per lui la comunicazione può essere suddivisa in tre settori:
A Palo Alto si è voluto dare anche risalto ai paradossi e alle perturbazioni della comunicazione. Bateson, negli anni Settanta, ha sottolineato come gli individui attraverso la comunicazione giocano la propria identità. Nell'approccio psicologico, si può notare come attraverso la comunicazione si costruisce la propria rete di relazioni. Per Bateson (1951) si hanno in ogni atto comunicativo due livelli distinti: quello della notizia, che riguarda il contenuto degli enunciati prodotti, e quello del comando, che costituisce un'indicazione per l'interlocutore del modo in cui intendere le cose dette. La comunicazione risulta così essere costituita di due parti: la comunicazione che riguarda i contenuti scambiati e la metacomunicazione, che è un sovrastrato comunicativo che ha per oggetto la comunicazione di tipo contenutistico. In questo modo la metacomunicazione fornisce un quadro di riferimento per la comunicazione. Tramite la comunicazione si definisce la relazione interpersonale e si definisce sé e l'altro. I messaggi costituiscono una sequenza ininterrotta di stimoli, risposte e rinforzi, che danno luogo a una modalità comunicativa di cui è difficile individuare l'origine. Il flusso della comunicazione può dar luogo a conflitti in quanto gli individui tendono a linearizzare e a segmentare arbitrariamente il processo circolare e continuo della comunicazione. Bateson ha individuato che vi sono due tipi di relazioni possibili: quella simmetrica, che si fonda sulla percezione di uguaglianza nei rapporti, e quella complementare, che si fonda sulla percezione di una differenza. Bateson ha sviluppato la teoria del doppio legame, una situazione paralizzante che porta alla schizofrenia, mettendo in risalto la possibilità della comunicazione di presentare simultaneamente messaggi multipli. La comunicazione quindi non è solo costituita da atti verbali volontari, bensì implica una moltitudine di comportamenti corporei, studiati dalla cinesica e dalla prossemica, che influiscono sul contenuto verbale. In ambito sociologico, l'uso del termine comunicazione è riferito alla trasmissione di significato fra uomo e uomo. Le società umane si integrano sulla base dell'interazione simbolica. La comunicazione umana, per Reimann, si regge sullo scambio di simboli, "il cui significato è appreso nel corso del processo di socializzazione e di inculturazione specifico di una cultura" (Reimann, 1982, p.197). In sociologia della comunicazione il principale presupposto a cui si fa riferimento è quello della costruzione sociale della realtà. La razionalità, frutto di ricostruzione storica, in base al contingente e al locale, è considerata a posteriori. La comunicazione si realizza tramite lo scambio verbale e non verbale, ed è necessaria una competenza comunicativa affinché ogni individuo possa rendersi partecipe al processo di comunicazione. I sistemi sociali possono nascere e svilupparsi solo grazie alla comunicazione. I fenomeni sociali possono essere considerati come azioni intenzionali eseguite in contesti sociali strutturati (Thompson, 1998). Lo sviluppo dei mezzi di comunicazione, per Thompson, consiste in:
La comunicazione mediata va sempre considerata un fenomeno sociale contestualizzato. La comunicazione interna ad una società o ad un gruppo può essere definita intrasistemica, mentre la comunicazione che ha luogo fra società e gruppi diversi può venir definita intersistemica. Secondo Reimann, "la struttura comunicativa è l'esatta riproduzione dei rapporti di dominio vigenti nella società" (Reimann, 1982, p.209). Per Thompson, la posizione di un individuo all'interno di un campo di interazione è strettamente legata al potere che possiede, che indica la capacità di agire in vista dei propri obiettivi e di influire sul corso degli eventi (Thompson, 1998, p.25). Secondo Mann (1986), si hanno quattro principali forme di potere: l'economico, il politico, il coercitivo e il simbolico. Il potere culturale o simbolico deriva dalla produzione, trasmissione e ricezione di forme simboliche dotate di significato. Il potere simbolico permette di influenzare le azioni altrui e di creare avvenimenti. Tramite le istituzioni religiose, educative e della comunicazione i contenuti simbolici sono prodotti e fatti circolare nel mondo sociale. Per produrre e trasmettere forme simboliche gli individui impiegano dei mezzi tecnici, che determinano un certo grado di fissazione delle forme simboliche. Grazie alla capacità di immagazzinamento dei mezzi tecnici, è possibile rendere disponibili le informazioni per usi successivi. In questo modo i mezzi tecnici costituiscono una risorsa importante per l'esercizio delle forme di potere. I mezzi tecnici consentono anche la riproduzione, ovvero la produzione di più copie di una forma simbolica (base dello sfruttamento commerciale dei mezzi tecnici di comunicazione). Normalmente l'originalità dell'opera aumenta il suo valore sul mercato dei beni simbolici. Con il fenomeno invasivo della riproduzione controllata l'originalità è però stata scissa dall'unicità. Il mezzo tecnico consente anche la distanziazione spazio-temporale, ovvero la separazione della forma simbolica dal contesto della sua produzione (Thompson, 1998, pp.31 -39). La prospettiva sociologica può essere distinta in macrosociologia e microsociologia. La macrosociologia si occupa dei processi generali che riguardano le istituzioni e le organizzazioni complesse. Per analizzarle utilizza metodi quantitativi, statistici e ricerche campionarie. Si è interessata ai mass media e ai nuovi media. La microsociologia si occupa dei processi della vita quotidiana. Per studiarli fa uso principalmente dei metodi dell'etnografia e dell'osservazione. Goffman ha studiato le condizioni dell'organizzazione sociale necessarie per la circolazione delle informazioni. Ha elaborato la sociologia delle occasioni e l'organizzazione della conversazione nella sua dimensione sociale. L'interesse di Goffman si è appuntato in particolare sulla struttura dell'interazione, unità base della vita sociale. Goffman distingue tra situazioni sociali, occasioni sociali e incontri sociali. La definizione della situazione aiuta a identificare quale struttura dare all'interazione. Molta rilevanza hanno le regole, i rituali e il frame (cornice o contesto della comunicazione che aiuta a decifrare gli eventi della vita quotidiana) affinché abbia luogo lo scambio comunicativo. Goffman si è soffermato sulle strategie di comunicazione ed ha analizzato tramite la metafora drammaturgica gli scambi che hanno luogo nella vita quotidiana. Gli incontri degli attori sociali sono interpretati come veri e propri rituali sociali (vi sono rituali di accesso, di conferma, di riparazione... Per Goffman (1974, p.69) ogni individuo possiede una certa immagine di sé e rivendica per se stesso l'identità che ritiene più congeniale. L'immagine di sé esposta all'altro (Face) ha lo scopo di difendere il proprio territorio e di proporre di sé un'immagine valorizzante, ma è a sua volta definita dall'identità manifestata dagli altri attori. Far accettare un'immagine positiva dell'Io è la sfida continua dell'interazione. In ambito sociologico si è sviluppata in tempi recenti una corrente postmoderna che si oppone ai grandi miti dell'età moderna come la ragione e il progresso. La comunicazione e l'informazione sono viste come merci di scambio, ma anche occasioni di riflessività sociale e individuale. La glocalizzazione diviene invece una ibridazione di forme culturali nuove e globali con forme culturali vecchie e locali. Implica l'apertura al pluralismo dei punti di vista e l'interrogazione sulla propria identità e i propri limiti, facendo emergere una maggiore capacità riflessiva. La glocalizzazione indica l'approfondimento simultaneo delle due dimensioni globale e locale. Secondo Pettigiani e Sica (1993) possiamo definire l'organizzazione come "un sistema complesso composto di individui e gruppi di individui in reciproca interazione e con obiettivi produttivi comuni", nonché come "un sistema aperto, cioè in continua interazione con l'ambiente circostante e con altre organizzazioni". I processi comunicativi si svolgono a tutti i livelli, visto l'elevato numero e la disparità degli interlocutori reali e potenziali. Gli interlocutori sono sia esterni che interni all'organizzazione e differiscono per posizione e status. Ogni gruppo o individuo dell'organizzazione segue una propria strategia di potere. Per Pettigiani e Sica (1993 ) la parola "comunicazione", all'interno delle organizzazioni, può venir intesa in almeno cinque modi diversi:
I gruppi che formano l'organizzazione possono essere classificati in:
Le reti di comunicazione attivate varieranno in questi gruppi al variare delle strutture gerarchiche e al variare dell'ampiezza del numero dei loro componenti. La mancanza di informazioni genera normalmente dipendenza nei confronti di chi ha più informazioni e di miglior qualità. Le reti formalizzate sono necessarie alla circolazione delle informazioni, che consente all'organizzazione di mantenere la sua efficacia. Per Petit (1979) le reti e canali reali sono costituiti insieme dalle reti e dai canali formali e informali. Secondo Jaques (1978), la circolazione delle informazioni all'interno dei canali dipende dall'influenza di "portieri", che possiedono il controllo delle sezioni dei canali. Allport e Postman, in base ali loro studi, hanno rilevato che la comunicazione, nel passaggio attraverso i vari portieri, subisce un processo di riduzione quantitativa, di perdita e di accentuazione di alcune parti informative, ciò a causa del fenomeno dell'assimilazione che risulta "dalla forza esercitata dalle abitudini, dagli interessi e dai sentimenti di coloro ai quali l'informazione si rivolge" (Allport, Postman, 1974, p.180). Col processo di consolidamento i portieri ristrutturano i messaggi adattandoli ai loro bisogni personali (da ciò il potere sulle informazioni). Per March e Simon (1971) si verifica anche un processo di "assorbimento dell'incertezza" quando le conseguenze, dedotte da prove, vengono comunicate al posto delle prove stesse. Ne consegue, per gli interlocutori, uno stato di dipendenza e di fiducia accordata a colui che opera il processo di assorbimento. Per Shein la cultura organizzativa può esser definita come:
Secondo Berg e Gagliardi, l'organizzazione vive nella tensione tra processi di individuazione e processi di accreditamento, dove i primi tendono all'aggregazione simbolica e i secondi all'accettazione da parte della società. L'individuazione comporterebbe, di per sé, la costruzione di un sistema semantico forte, esplicito, il riferimento a una cultura ben definita e destinata a dominare tutta l'attività espressiva dell'organizzazione; l'accreditamento invece indurrebbe ad occultare all'esterno la propria identità culturale e alla riduzione a valori "di superficie", subordinati alle aspettative del contesto e dei destinatari (Berg e Gagliardi, 1986, pp.333 -335). Tra l'organizzazione e l'ambiente si hanno rapporti di natura fattuale, ma si scambiano anche le rappresentazioni simboliche dei beni oggetto delle interazioni, generando la creazione di valori aggiuntivi e immateriali. Normalmente l'organizzazione comunica all'esterno di produrre qualcosa, secondo certe qualità. L'organizzazione presenta gli elementi finali della sua attività, segnalandone valore, efficacia, utilità e rendimento (Bettetini, 1993, p.64).
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