La scuola vista dal web: comunicazione, identità e cultura nei siti internet delle scuole superiori di Milano


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Prefazione
Introduzione
 Le premesse teoriche

1. Storia e teorie della comunicazione
2. Storia, teorie e correnti dei media
3. I nuovi media
4. L'analisi dei documenti e i significati
 La scuola e i nuovi media

5. La scuola superiore
6. I siti web delle scuole superiori
7. Il contenuto dei siti web scolastici
 La ricerca

8. I fondamenti della ricerca
9. Le categorie epistemologiche individuate
10. Descrittori e indicatori di valutazione del sito scolastico
11. L'analisi sistematica dei siti per mezzo degli indicatori
12. Metodologia per l'individuazione dei tipi ideali di sito
13. I tipi ideali di sito scolastico emergenti
14. L'opinione dei curatori riguardo i loro siti
15. Conclusioni
 Allegati

A1.1 Scuole superiori statali di Milano e provincia e loro siti web
A2.1 Analisi statistica dei siti delle scuole superiori pubblice di Milano e provincia
A3 Prospetto standard degli indicatori del sito scolastico
A5 Risultati relativi ai singoli indicatori per tutte le scuole analizzate
A6.1 Tipi di documenti e tipologie informative dei siti analizzati
A7 Questionario somministrato ai curatori dei siti scolastici
A8.1 Intervista al Prof. Michele Gherlone
A8.2 Intervista al Prof. Andrea Varani
Riferimenti bibliografici
Sitografia
Ringraziamenti
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1. La storia e le principali teorie della comunicazione

 1.1. La comunicazione 

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Karl Erik Rosengren in "Introduzione allo studio della comunicazione" ci illustra l'etimologia del termine comunicare:

Il termine comunicare è storicamente collegato alla parola comune, che deriva dal verbo latino communicare (“condividere”, “rendere comune”), a sua volta correlato alla parola latina communis (“comune”).
Quando comunichiamo, incrementiamo la nostra conoscenza condivisa, cioè il “senso comune”, la precondizione essenziale per l’esistenza di qualsiasi comunità.
(Rosengren, 2001, p. 11)

Luigi Anolli in "Psicologia della comunicazione" definisce la comunicazione come:

…uno scambio interattivo osservabile fra due o più partecipanti, dotato di intenzionalità reciproca e di un certo livello di consapevolezza, in grado di far condividere un determinato significato sulla base di sistemi simbolici e convenzionali di significazione e di segnalazione secondo la cultura di riferimento.
(Anolli, 2002, p.26)

Sempre per Anolli bisogna fare attenzione a distinguere la comunicazione, dal comportamento, dall'informazione e dall'interazione.

Infatti il comportamento corrisponde ad una qualsiasi azione motoria messa in atto da un individuo, per svariate ragioni anche di natura riflessa, e percepibile da un altro.

E mentre ogni comunicazione presuppone un comportamento, non è vero l'inverso.

Per questo Anolli sottolinea come Watzlawick, Beavin e Jackson, sovrapponendo i concetti di comunicazione e comportamento hanno inficiato la possibilità di comprensione della specificità della comunicazione.

D'altro canto, l'informazione è un processo di acquisizione di conoscenze, inferite autonomamente da chi le elabora, in base alla sua capacità, rispetto un certo oggetto o soggetto.

L'interazione è invece quel contatto, anche involontario, tra individui, che va a modificare la situazione preesistente delle cose tra loro.

L'interazione non è necessariamente intenzionale e quindi non implica necessariamente una comunicazione.

L'interazione si trova in posizione intermedia tra la comunicazione e il comportamento.

La comunicazione è caratterizzata, per Anolli, da due dimensioni principali:

  • la funzione proposizionale, in quanto le conoscenze sono organizzate e trasmesse sotto forma di proposizioni e quindi si ricorre al linguaggio per poter concettualizzare, significare e comunicare il proprio pensiero;
  • la funzione relazionale, in quanto la comunicazione genera e rinnova le relazioni generando quell'intersoggettività dialogica che consente di negoziare significati e condividere scopi.

Felice Cimatti in "Fondamenti naturali della comunicazione" sostiene che:

…la comunicazione non è un fenomeno autosufficiente, ma rappresenta uno sviluppo delle interazioni non ancora comunicative che hanno luogo nella percezione…
La PERCEZIONE costituisce, in questa ipotesi, il fondamento della comunicazione.
La comunicazione, in quanto fenomeno naturale, non sarebbe altro che la trasposizione a livello semiotico della più antica (evolutivamente) e generale capacità non semiotica di percepire e spostarsi nello spazio; con la differenza che, nella comunicazione, lo spazio fisico diventa uno spazio mentale.
(Cimatti, 1999, p.86)

Possiamo anche dire con Consonni (1971) che la comunicazione implica un'idea di partecipazione, un progetto nel quale gli interlocutori hanno lo stesso peso e i destinatari possono agire anche come emittenti.

È inoltre da ricordare che il testo può contrapporsi alla sua manifestazione significante e alle tracce di intenzionalità comunicative che vi sono presenti.

Gianfranco Bettetini in "Semiotica della comunicazione d'impresa" (1993) ci dà un elenco degli elementi individuabili a vario livello nella comunicazione, al di là dei singoli ambiti disciplinari:

  • caratterizzazione aperta o bidirezionale (a volte pluridirezionale) dello scambio;
  • possibilità di inversione dei ruoli fra emittente e destinatario;
  • valorizzazione dell'attività partecipativa del destinatario, anche nei casi in cui ricopra il semplice ruolo di ricettore;
  • attenzione agli effetti dell'azione comunicativa;
  • tendenziale disponibilità a considerare il rapporto di comunicazione come un'interazione paritetica e, quindi, come una forma di conversazione almeno potenziale.
    (Bettetini, 1993, p.13)

Gli elementi che principalmente contraddistinguono la comunicazione da una attività semplicemente informativa sono: la parità di ruolo fra gli interlocutori e la partecipazione allo scambio.

Ciò che si dovrebbe mettere in atto è di fatto una conversazione.

Si è assistito però nel tempo al fenomeno dell'appiattimento della comunicazione sull'informazione.

Come dice Bettetini (1993):

Si è rinunciato a tener conto del contatto compartecipativo fra gli interlocutori, del fatto che ogni scambio comunicativo implica e coinvolge la loro "personalità" (individuale o collettiva), li mette in gioco soggettivamente nell'incrocio che il loro rapporto va costruendo, al di là dei dati e dei contenuti oggettivamente scambiabili.
(Bettetini, 1993, p. 14).

Bettetini rileva anche che spesso si tende a confondere i fini della comunicazione con istanze di sola natura persuasiva e, di conseguenza, a iscrivere le sue articolazioni nelle modalità della retorica (Bettetini, 1993, p.15).

Nel messaggio funzionalmente costruito per Bettetini (1993) vi sarà spazio per tre aspetti:

  • l'ethos, inteso come credibilità di chi parla;
  • il pathos, inteso come stimolo delle passioni;
  • il logos, inteso come ordinamento delle ragioni.

 
 1.2. Le origini della riflessione sulla comunicazione 

La riflessione sulla comunicazione ha origini antiche.

Nel mondo antico si guardava al rapporto stretto esistente tra il pensiero e il linguaggio.

Più problematico risultava essere il rapporto con le cose per la teoria dei segni degli stoici.

Platone, nel dialogo "Cratilo" mostra i punti di vista di Cratilo, Ermogene e Socrate riguardo il legame sussistente tra segno e realtà.

Per Cratilo i nomi esprimono autenticamente le cose cogliendone la giustezza universale.

Per Ermogene il nome è inerente alla cosa solo per consuetudine e per l'uso protratto nel chiamare le cose in un certo modo.

Infine per il portavoce di Platone (Socrate) il naturalismo estremo non è sostenibile, conoscere i nomi delle cose non consente l'accesso alla verità e si deve prescindere dal linguaggio per assurgere alla autentica contemplazione delle idee.

Aristotele nel "De interpretatione" distingue tra entità foniche, cose e concetti (le cose che sono nell'anima).

Secondo Stefano Gensini, vi è in Aristotele uno spostamento dell'attenzione dal rapporto fra suono e realtà al rapporto fra il suono della voce e un contenuto psichico (Gensini, 1999, p.34).

La questione della arbitrarietà del segno diverrà una centrale questione semiologica.

Aristotele ha studiato anche la retorica, arte della persuasione, che ha il fine di muovere pragmaticamente le passioni del destinatario tramite l'uso di sillogismi.

Saper comunicare e persuadere è stato sempre fondamentale per i detentori del potere.

Sant'Agostino, nel "De doctrina christiana", riflette su cosa siano i segni e le parole (che sono segni in senso stretto poiché servono solo a significare, ma anche "cose" perché abbisognano di un supporto materiale).

Per Agostino il segno nasce dalla associazione di un oggetto sensibile con un significato.

Come sostiene Stefano Gensini nel suo "Manuale della comunicazione", in Agostino è già presente la percezione della relazione triadica del segno per cui "qualcosa sta per qualcos'altro per qualcuno in certe circostanze" (Gensini, 1999, p.29).

Si sono avute dispute medievali sul nominalismo, che si interrogava sulla natura degli universali.

Già nel Cinquecento in Francia e in Germania fiorirono studi sulla comunicazione a carattere storico a seguito della comparsa dei primi giornali stampati.

Nella modernità per comunicazione si intende spesso il mezzo di comunicazione.

Per lungo tempo la comunicazione è stata legata alla metafora spaziale e territoriale.

Gli studi sulla comunicazione all'inizio del Novecento hanno spesso fatto riferimento a una prospettiva teorica ed umanistica più che empirica.

Solo con la seconda guerra mondiale si rafforzò la prospettiva delle scienze sociali e del comportamento.

 
 1.3. I diversi approcci allo studio della comunicazione 

 1.3.1. L'approccio matematico-cibernetico 

Nel Novecento si è iniziato a parlare di trasmissione di informazioni.

Nell'approccio matematico si considera l'informazione come differenza tra due o più elementi o dati.

La teoria dell'informazione, di carattere ingegneristico, è stata elaborata da Claude Shannon (1949) e Warren Weaver (1958) alla fine degli anni Quaranta ed ha principalmente analizzato l'invio e il trasporto delle informazioni.

Un segnale (messaggio) passa da un emittente (mittente), attraverso un trasmettitore, a un destinatario (ricevente), attraverso un recettore, lungo un canale fisico (supporto materiale).

Il messaggio (composto di segni) deve essere codificato (costruito e combinato secondo certe regole, un codice) da chi lo emette e decodificato da chi lo riceve.

Il contesto gioca un ruolo più o meno importante a seconda del tipo di codice utilizzato.

Essendoci del rumore lungo il canale è necessario che il segnale possegga una certa intensità che gli consenta di raggiungere la destinazione, in modo che l'informazione risulti effettivamente trasmessa.

L'informazione non è quindi ciò che è stato comunicato, bensì ciò che ha buona probabilità di raggiungere la destinazione, superati gli impedimenti lungo il canale.

La comunicazione è tale solo ove vi sia un passaggio di informazioni tra emittente e ricevente e una risposta.

Per Shannon è importante che vi sia un feedback, segnale di ritorno, dal ricevente all'emittente, che serve a verificare che il messaggio sia arrivato a destinazione.

Il feedback consente all'emittente di verificare l'intenzionalità del ricevente a recepire il messaggio, ai fini di prevedere il seguito che potrà avere la comunicazione.

In questo modello sono privilegiati la macchina e i mezzi di comunicazione.

Qualora si consideri il modello dato all'interno del processo comunicativo umano, già al livello cibernetico va messo in evidenza che la formula usata da Winner e Shannon è valida solo se l'emittente e il ricevente dispongono di un repertorio comune di simboli, esperienze, ambiente e cultura.

Il difetto principale riscontrato da questa concettualizzazione è quello di non dar conto del processo di interpretazione, e quindi dei problemi soggettivi e psicologici degli individui che comunicano.

La comunicazione umana è infatti irriducibile a un processo lineare, è piuttosto un processo interattivo e a più piani.

Come sostengono Pettigiani e Sica in "La comunicazione interumana" (1993):

Si può affermare che lo schema cibernetico rende ragione non tanto dei processi comunicativi, quanto di quelli informativi, dal momento che tratta essenzialmente dell'informazione ai suoi due livelli e cioè come operazione - l'azione di informare - e come contenuto - ciò che informa -.
(Pettigiani e Sica, 1993, p.24)

 
 1.3.2. L'approccio semiotico 

La semiotica si occupa di segni: fenomeni che significano qualcos'altro rispetto al fenomeno stesso.

Nell'approccio semiotico il processo di significazione è la capacità di generare significati ed implica la capacità di un messaggio di essere dotato di senso per i comunicanti.

Nel diagramma della significazione di Ogden e Richards sono messi in relazione un simbolo (il termine linguistico), il referente (l'oggetto comunicato) e la referenza (il concetto dell'oggetto).

Il simbolo non ha rapporto diretto con il referente, ma soltanto con la referenza, pertanto trattasi di un prodotto culturale.

Il linguista ginevrino Ferdinand De Saussure, col suo "Corso di linguistica generale" (1916) ha iniziato ad avviare il discorso sul funzionamento del linguaggio, visto in un ottica sincronica.

De Saussure considera langue (lingua) il codice o sistema che comprende i segni e le loro regole di connessione e considera parole (parola) l'uso che si fa individualmente del codice.

Secondo Gensini il livello della lingua o sistema è costituito da "procedimenti di classificazione (sia delle esecuzioni fonetiche, sia delle significazioni) i quali formano il patrimonio linguistico condiviso da una comunità e depositato nel cervello dei parlanti".

Nella prospettiva strutturale (di de Saussure), il segno è l'unione di un significante (l'immagine acustica) e di un significato (l'immagine mentale).

La funzione semiotica del segno è frutto di una relazione tra il significante e il significato, e si colloca quindi oltre la realtà fisica.

Il segno è costituito da una equivalenza tra espressione e contenuto ed è arbitrario e convenzionale, in quanto denotato culturalmente.

È oppositivo, in quanto non corrisponde a nessun altro segno del sistema di comunicazione di riferimento.

Il segno come equivalenza implica la nozione di codice o struttura.

Per il filosofo pragmatista nordamericano Charles Sanders Peirce il segno è qualcosa che sta per qualcosa d'altro per qualcuno, sotto qualche rispetto.

È un sostituto significante di qualcosa, che non necessariamente deve esistere.

Non vi è rapporto con le cose.

Della cosa il segno rappresenta solo un certo punto di vista, con determinati fini pratici.

La conoscenza è abduzione, o inferenza ipotetica.

Il processo di semiosi ha avvio dalla percezione, ma l'oggetto immediato, che è l'oggetto come il segno se lo rappresenta, è distinto dall'oggetto dinamico, reale, che non è immediatamente presente.

Il significato di un segno è tradotto mediante un interpretante, che è il segno che interpreta il segno.

Così ha luogo una traduzione, che è appunto un processo di interpretazione.

Via via che si prosegue nel processo si scopre sempre qualcosa in più.

Il processo di significazione avviene a livello psichico.

Significante e significato costituiscono le due facce della stessa realtà del segno.

Peirce individua tre tipi di segni:

  • le icone, si hanno quando vi è una certa comunanza di qualità tra significante e significato (per esempio i segnali stradali sono icone),
  • gli indici, si hanno quando c'è contiguità e connessione tra il segno e i fatti (il segno è qui direttamente causato da ciò che esso significa, ad esempio un segnale di fumo ci indurrà a fuggire da un incendio)
  • i simboli, si hanno quando la connessione coi fatti è arbitraria o convenzionale (sono il frutto di un accordo più o meno esplicito, di una associazione mentale).

Solo i simboli costituiscono delle relazioni segniche a pieno titolo, ovvero sono segni generali.

Ad ogni modo per Peirce un determinato segno concreto può essere sia indice che simbolo: le classi citate non sono disgiunte di necessità.

Il segno come inferenza rimanda a una nozione di contesto.

La conoscenza è abduzione, ovvero consiste nell'assunzione di un ipotesi.

L'inferenza è un indizio da cui trarre una conseguenza.

L'abduzione differisce sia dalla deduzione (che procede dalla regola ai casi particolari) sia dall'induzione (che inversamente procede dai molti casi particolari alla regola).

Il pensiero precedente rimanda al successivo in un processo interpretativo sempre aperto.

Si cerca di fissare una regola, che possa essere successivamente confermata dai dati o smentita, dando luogo ad una nuova ipotesi.

Si tratta in definitiva di una ricerca di punti di riferimento per dar luogo alla comunicazione.

Nell'ambito degli studi semiotici possiamo ricondurre il linguista e semiologo russo Roman Jacobson e il circolo della comunicazione, basato sui seguenti elementi: mittente , destinatario, contesto, messaggio, canale, codice.

Per Jacobson ad ogni elemento del linguaggio corrisponde una funzione.

Come precisa Eleonora Fiorani in "Grammatica della comunicazione", riferendosi alle osservazioni di Jacobson, in un testo emergeranno di volta in volta come principali la funzione espressiva, conativa, fatica referenziale, metalinguistica e poetica (o estetica):

  • La funzione espressiva, o affettiva, riguarda la capacità di un mittente di manifestare se stesso, di comunicare la sua affettività, i propri stati d'animo, sentimenti e emozioni, per ciò che dice e per come lo dice.
  • La funzione conativa cerca di influenzare il destinatario, imponendogli degli ordini per indurlo a un modo di sentire o di fare, o ad assumere determinato comportamenti o a compiere qualche gesto o atto.
  • La funzione fatica verifica la funzionalità del canale, ma mantiene anche il contatto e riguarda per esempio tutte le conversazioni di passaggio e di convenienza, che hanno solo lo scopo di mantenere aperto il filo della comunicazione, o quelle conversazioni di pura presenza affettiva che intercorrono per esempio tra gli innamorati.
  • La funzione referenziale si rivolge al contesto del messaggio e ci permette di riferirci alla realtà, di parlare del mondo e di metterci in rapporto con esso.
  • La funzione metalinguistica riguarda direttamente il linguaggio, dà su di esso informazioni e permette di parlare della lingua stessa, in quanto definisce il codice.
  • La funzione poetica è connessa al messaggio propriamente e particolarmente nella struttura formale, nella sua organizzazione interna.
    (Fiorani, 1998, pp. 17-18)

Mentre Jacobson sottovaluta il ruolo del ricevente nell'ambito comunicativo, Greimas (appartenente al filone della semiotica generativa) lo rivaluta.

Propone infatti un'idea di comunicazione come scambio in senso antropologico.

Per lui i soggetti della comunicazione sono entrambi competenti e assumono il nome di destinante e destinatario.

Oltre il processo produttivo e poietico dell'opera si prende in considerazione anche il processo estesico, che riguarda la percezione che dell'opera ha il fruitore.

Per Eleonora Fiorani:

Nella "semiotica generativa" la comunicazione comporta sia la competenza semantica, riguardante i contenuti del sapere che vengono scambiati, sia la competenza modale, volta alla manipolazione e alla persuasione.
Il linguaggio non serve solo a comunicare, ma soprattutto a trasformare, a manipolare, attraverso l'organizzazione formale del discorso.
La comunicazione viene intesa come processo interattivo tra soggetti che scambiano oggetti di valore da essi stessi messi in circolazione.
Un valore... rappresenta una condizione considerata desiderabile, un obiettivo da raggiungere, una qualità auspicabile e ritenuta degna di investimento, un fine condiviso.
La comunicazione è un atto che trasforma gli attanti (o personaggi) del rapporto intersoggettivo, muta l'essere dei soggetti in gioco, è azione dell'uomo sulle cose, ma anche azione contrattuale e polemica di un uomo su un altro uomo…
(Fiorani, 1998, p. 168)

 
 1.3.3. L'approccio ermeneutico 

L'ermeneutica è la comunicazione assunta come interpretazione.

Si tratta di un intendere intenzionale che deriva da una precomprensione.

All'interno del circolo ermeneutico si utilizza l'autoreferenzialità, per cui per capire bisogna aver già compreso.

Si comprende il dettaglio partendo dall'intero, costituito da un atto di comprensione intuitiva.

Fautori di questo tipo di dibattito sono stati Schleiermacher, Heidegger e Gadamer.

 
 1.3.4. L'approccio pragmatico 

La pragmatica si occupa dei rapporti che intercorrono tra un testo e il suo contesto di riferimento.

Con l'approccio pragmatico si prendono in considerazione i processi impliciti della comunicazione, che servono a inferire dal contesto ciò che il testo dice.

La comunicazione è vista come un processo.

Per Austin dire qualcosa è fare qualcosa.

Austin distingue gli atti in:

  • locutori, ovvero atti di dire qualcosa (i contenuti e le loro forme),
  • illocutori, ovvero atti nel dire qualcosa (l'azione che compie chi comunica),
  • perlocutori, ovvero atti con il dire qualcosa (l'esito concreto dell'azione-comunicazione sull'interlocutore).

Austin distingue tra atti linguistici diretti, in cui la forza attribuita all'enunciato viene fatta derivare dal suo significato letterale, e atti linguistici indiretti, in cui la forza illocutoria deriva dalla modalità non verbale di comunicazione.

Searle nel saggio "Che cos'è un atto linguistico?" (1973) sostiene che:

L'unità della comunicazione linguistica non è, come è stato generalmente supposto, il simbolo, la parola, la frase o anche l'enunciato del simbolo, della parola o della frase, ma è piuttosto la produzione dell'enunciato nell'esecuzione dell'atto linguistico che costituisce l'unità fondamentale della comunicazione linguistica.
Più precisamente, la produzione dell'enunciato della frase sotto certe condizioni costituisce l'atto illocutivo e l'atto illocutivo è l'unità minima della comunicazione linguistica.
Eseguire degli atti illocutivi significa impegnarsi in una forma di comportamento governata da regole.
(Searle, 1973, p.90)

Per Searle (1973) le regole possono essere distinte in:

  • regole costitutive, che costituiscono e regolano un'attività la cui esistenza è logicamente dipendente da quelle regole,
  • regole normative, che regolano un'attività già esistente, la cui esistenza è logicamente indipendente dall'esistenza di quelle regole.

Searle ipotizza che "la semantica può essere considerata come una serie di sistemi di regole costitutive e che gli atti illocutivi sono atti eseguiti secondo questo insieme di regole costitutive"(Searle, 1973, p.93).

Si può distinguere l'atto allocutivo dal contenuto proposizionale di un atto allocutivo.

Searle puntualizza infatti che la frase possiede due parti: l'elemento indicante la proposizione e l'indicatore di funzione.

"L'indicatore di funzione mostra come deve essere intesa la proposizione, o, per dirlo in un'altra maniera, quale forza allocutiva deve essere attribuita all'enunciato, cioè quale atto allocutivo il parlante esegue nel produrre la frase" ( Searle, 1973, p.95).

I segni prodotti nell'esecuzione di un atto linguistico hanno un significato.

Una persona intende significare qualcosa con questi suoni e segni.

Per Searle:

Nell'esecuzione di un atto allocutivo il parlante intende produrre un certo effetto facendo riconoscere all'ascoltatore la sua intenzione di produrre tale effetto e inoltre, se sta usando le parole letteralmente, egli intende che tale riconoscimento avvenga in virtù del fatto che le regole per l'uso dell'espressione da lui formulata associano l'espressione alla produzione di tale effetto.
(Searle, 1973, p.98)

Per Bostrom (approccio comportamentista) la forza illocutiva richiama il concetto di intensità: "il metodo principale con cui il linguaggio influenza il cambiamento di atteggiamento (Bostrom, 1990), che pure inerisce al livello perlocutivo.

Sempre per Bostrom, lo stile (modalità organizzativa della componente espressiva di un testo) è collegato alla forza persuasiva del messaggio e si colloca nell'ambito della funzionalità del messaggio e quindi del livello perlocutorio della comunicazione (non semiotico).

Lo stile, che mette in evidenza la personalità del trasmittente, va analizzato anche in funzione del ricevente, delle sue dimensioni percettive, della sua emotività e del suo modo di avvicinarsi ai contenuti.

La scelta stilistica deve fondarsi, quindi, su un lavoro di "individuazione" del pubblico con il quale si intende entrare in relazione (Bettetini, 1993, p.118).

 
 1.3.5. L'approccio semio-pragmatico 

Grice, nella prospettiva semio-pragmatica, traccia una distinzione nella comunicazione tra significato naturale e convenzionale, dove quest'ultimo è dato dal voler dire qualcosa da parte del parlante a qualcun altro.

All'intenzionalità informativa viene aggiunta quindi l'intenzionalità comunicativa.

Mentre nella comunicazione appare l'elemento dell'intenzionalità, nell'informazione rientra anche tutto ciò che viene trasmesso indipendentemente dalla volontà di un soggetto.

Il successo della comunicazione si fonda sul principio di cooperazione (o collaborazione), ovvero sul dare il proprio contributo nel modo opportuno in riferimento agli scopi e l'orientamento della conversazione (Grice, 1975).

Il principio di collaborazione fa riferimento a quattro categorie di massime che riguardano: Quantità, Qualità, Relazione, Modo.

Se consideriamo i testi come oggetti-progetti di comunicazione, avremo un soggetto enunciatore, produttore e prodotto del testo nello stesso tempo, e un soggetto enunciatario, prodotto dal soggetto enunciatore e dal testo: si tratta di un'immagine del recettore, che si costruisce nel tempo dell'enunciazione con il progredire del testo (Bettetini, 1993).

Le massime della Qualità ("Tenta di dare un contributo che sia vero", "Non dire ciò che credi essere falso", "Non dire ciò per cui non hai prove adeguate") si riferiscono al giudizio di verità e sono focalizzate sull'intenzionalità e la competenza epistemica dell'interlocutore.

Il significato è costruito dal punto di vista del parlante, senza che ci sia un vincolo del significato ai concetti tradizionali di verità e falsità (Grice, 1975).

È l'enunciatore che costruisce l'enunciatario, che diviene testimone della veridicità dell'enunciatore.

Ciò produce un effetto di veridizione nei confronti del ricettore.

Naturalmente è possibile una violazione delle massime della Qualità, intenzionale o meno.

L'enunciatario può essere costruito in modo paritetico, con assunzione di un vero ruolo conversazionale, ma può anche venir assoggettato alle ambiguità del testo, o addirittura ingannato.

Lo spettatore potrà vivere la tipologia dell'enunciatario in un'ottica di completa soggiacenza-mimesi, ma anche nel più radicale rifiuto-alternatività (Bettetini, 1993, p.32).

Per quanto attiene alle altre massime, si può dire con Bettetini che "sono finalizzate al conseguimento di uno scambio efficiente di informazione, quindi, al successo della conversazione, al successo del passaggio di valori e di sapere dal testo al lettore-spettatore-consumatore" (Bettetini, 1993, p.24).

Sperber e Wilson propongono un modello ostensivo inferenziale.

Distinguono tra intenzione informativa e intenzione comunicativa, laddove la prima fa riferimento all'intenzione di informare il destinatario di qualcosa, e la seconda si riferisce all'intenzione di informare il destinatario sulla propria intenzione informativa.

Perché vi sia comunicazione un fatto deve essere manifesto, ovvero il soggetto deve poter rappresentarsi mentalmente il fatto e accettare la sua rappresentazione come probabilmente vera.

Nel mutuo ambiente cognitivo le ipotesi sono reciprocamente manifeste e vi è quindi possibilità di cooperazione.

Ciò che si valuta è la pertinenza delle ipotesi al contesto.

 
 1.3.6. L'approccio pragmatico relazionale 

La Scuola di Palo Alto, in polemica con la teoria matematica della comunicazione, ha adottato una visione relazionale della comunicazione.

Qui la comunicazione è vista come dialogo ed è bidirezionale.

Per Watzlawick (1971) la comunicazione è un "processo di interazione tra le diverse persone che stanno comunicando" Per lo studioso "non si può non comunicare" (Watzlavick, 1971, p.44) .

Non può esistere una non-comunicazione, in quanto non può esistere un non-comportamento.

Perché vi sia comunicazione non vi è bisogno quindi di intenzionalità.

Watzlawich ha sviluppato la pragmatica della comunicazione, dove il primato spetta appunto alla relazione.

Per lui la comunicazione può essere suddivisa in tre settori:

  • la sintassi: che comprende i problemi relativi alla trasmissione delle informazioni,
  • la semantica: che centra l'attenzione sui significati simbolici del messaggio,
  • la pragmatica: che indaga sull'influenza che la comunicazione ha sul comportamento.

A Palo Alto si è voluto dare anche risalto ai paradossi e alle perturbazioni della comunicazione.

 
 1.3.7. L'approccio psicologico relazionale 

Bateson, negli anni Settanta, ha sottolineato come gli individui attraverso la comunicazione giocano la propria identità.

Nell'approccio psicologico, si può notare come attraverso la comunicazione si costruisce la propria rete di relazioni.

Per Bateson (1951) si hanno in ogni atto comunicativo due livelli distinti: quello della notizia, che riguarda il contenuto degli enunciati prodotti, e quello del comando, che costituisce un'indicazione per l'interlocutore del modo in cui intendere le cose dette.

La comunicazione risulta così essere costituita di due parti: la comunicazione che riguarda i contenuti scambiati e la metacomunicazione, che è un sovrastrato comunicativo che ha per oggetto la comunicazione di tipo contenutistico.

In questo modo la metacomunicazione fornisce un quadro di riferimento per la comunicazione.

Tramite la comunicazione si definisce la relazione interpersonale e si definisce sé e l'altro.

I messaggi costituiscono una sequenza ininterrotta di stimoli, risposte e rinforzi, che danno luogo a una modalità comunicativa di cui è difficile individuare l'origine.

Il flusso della comunicazione può dar luogo a conflitti in quanto gli individui tendono a linearizzare e a segmentare arbitrariamente il processo circolare e continuo della comunicazione.

Bateson ha individuato che vi sono due tipi di relazioni possibili: quella simmetrica, che si fonda sulla percezione di uguaglianza nei rapporti, e quella complementare, che si fonda sulla percezione di una differenza.

Bateson ha sviluppato la teoria del doppio legame, una situazione paralizzante che porta alla schizofrenia, mettendo in risalto la possibilità della comunicazione di presentare simultaneamente messaggi multipli.

La comunicazione quindi non è solo costituita da atti verbali volontari, bensì implica una moltitudine di comportamenti corporei, studiati dalla cinesica e dalla prossemica, che influiscono sul contenuto verbale.

 
 1.3.8. L'approccio sociologico 

In ambito sociologico, l'uso del termine comunicazione è riferito alla trasmissione di significato fra uomo e uomo.

Le società umane si integrano sulla base dell'interazione simbolica.

La comunicazione umana, per Reimann, si regge sullo scambio di simboli, "il cui significato è appreso nel corso del processo di socializzazione e di inculturazione specifico di una cultura" (Reimann, 1982, p.197).

In sociologia della comunicazione il principale presupposto a cui si fa riferimento è quello della costruzione sociale della realtà.

La razionalità, frutto di ricostruzione storica, in base al contingente e al locale, è considerata a posteriori.

La comunicazione si realizza tramite lo scambio verbale e non verbale, ed è necessaria una competenza comunicativa affinché ogni individuo possa rendersi partecipe al processo di comunicazione.

I sistemi sociali possono nascere e svilupparsi solo grazie alla comunicazione.

I fenomeni sociali possono essere considerati come azioni intenzionali eseguite in contesti sociali strutturati (Thompson, 1998).

Lo sviluppo dei mezzi di comunicazione, per Thompson, consiste in:

... una rielaborazione del carattere simbolico della vita sociale, una riorganizzazione dei modi in cui le informazioni e i contenuti simbolici sono prodotti e scambiati nel mondo sociale, e una ristrutturazione dei modi in cui gli individui si rapportano l'uno all'altro e a se stessi.
(Thompson, 1998, p. 22)

La comunicazione mediata va sempre considerata un fenomeno sociale contestualizzato.

La comunicazione interna ad una società o ad un gruppo può essere definita intrasistemica, mentre la comunicazione che ha luogo fra società e gruppi diversi può venir definita intersistemica.

Secondo Reimann, "la struttura comunicativa è l'esatta riproduzione dei rapporti di dominio vigenti nella società" (Reimann, 1982, p.209).

Per Thompson, la posizione di un individuo all'interno di un campo di interazione è strettamente legata al potere che possiede, che indica la capacità di agire in vista dei propri obiettivi e di influire sul corso degli eventi (Thompson, 1998, p.25).

Secondo Mann (1986), si hanno quattro principali forme di potere: l'economico, il politico, il coercitivo e il simbolico.

Il potere culturale o simbolico deriva dalla produzione, trasmissione e ricezione di forme simboliche dotate di significato.

Il potere simbolico permette di influenzare le azioni altrui e di creare avvenimenti.

Tramite le istituzioni religiose, educative e della comunicazione i contenuti simbolici sono prodotti e fatti circolare nel mondo sociale.

Per produrre e trasmettere forme simboliche gli individui impiegano dei mezzi tecnici, che determinano un certo grado di fissazione delle forme simboliche.

Grazie alla capacità di immagazzinamento dei mezzi tecnici, è possibile rendere disponibili le informazioni per usi successivi.

In questo modo i mezzi tecnici costituiscono una risorsa importante per l'esercizio delle forme di potere.

I mezzi tecnici consentono anche la riproduzione, ovvero la produzione di più copie di una forma simbolica (base dello sfruttamento commerciale dei mezzi tecnici di comunicazione).

Normalmente l'originalità dell'opera aumenta il suo valore sul mercato dei beni simbolici.

Con il fenomeno invasivo della riproduzione controllata l'originalità è però stata scissa dall'unicità.

Il mezzo tecnico consente anche la distanziazione spazio-temporale, ovvero la separazione della forma simbolica dal contesto della sua produzione (Thompson, 1998, pp.31 -39).

La prospettiva sociologica può essere distinta in macrosociologia e microsociologia.

La macrosociologia si occupa dei processi generali che riguardano le istituzioni e le organizzazioni complesse.

Per analizzarle utilizza metodi quantitativi, statistici e ricerche campionarie.

Si è interessata ai mass media e ai nuovi media.

La microsociologia si occupa dei processi della vita quotidiana.

Per studiarli fa uso principalmente dei metodi dell'etnografia e dell'osservazione.

Goffman ha studiato le condizioni dell'organizzazione sociale necessarie per la circolazione delle informazioni.

Ha elaborato la sociologia delle occasioni e l'organizzazione della conversazione nella sua dimensione sociale.

L'interesse di Goffman si è appuntato in particolare sulla struttura dell'interazione, unità base della vita sociale.

Goffman distingue tra situazioni sociali, occasioni sociali e incontri sociali.

La definizione della situazione aiuta a identificare quale struttura dare all'interazione.

Molta rilevanza hanno le regole, i rituali e il frame (cornice o contesto della comunicazione che aiuta a decifrare gli eventi della vita quotidiana) affinché abbia luogo lo scambio comunicativo.

Goffman si è soffermato sulle strategie di comunicazione ed ha analizzato tramite la metafora drammaturgica gli scambi che hanno luogo nella vita quotidiana.

Gli incontri degli attori sociali sono interpretati come veri e propri rituali sociali (vi sono rituali di accesso, di conferma, di riparazione...

Per Goffman (1974, p.69) ogni individuo possiede una certa immagine di sé e rivendica per se stesso l'identità che ritiene più congeniale.

L'immagine di sé esposta all'altro (Face) ha lo scopo di difendere il proprio territorio e di proporre di sé un'immagine valorizzante, ma è a sua volta definita dall'identità manifestata dagli altri attori.

Far accettare un'immagine positiva dell'Io è la sfida continua dell'interazione.

In ambito sociologico si è sviluppata in tempi recenti una corrente postmoderna che si oppone ai grandi miti dell'età moderna come la ragione e il progresso.

La comunicazione e l'informazione sono viste come merci di scambio, ma anche occasioni di riflessività sociale e individuale.

La glocalizzazione diviene invece una ibridazione di forme culturali nuove e globali con forme culturali vecchie e locali.

Implica l'apertura al pluralismo dei punti di vista e l'interrogazione sulla propria identità e i propri limiti, facendo emergere una maggiore capacità riflessiva.

La glocalizzazione indica l'approfondimento simultaneo delle due dimensioni globale e locale.

 
 1.4. La comunicazione nelle organizzazioni 

Secondo Pettigiani e Sica (1993) possiamo definire l'organizzazione come "un sistema complesso composto di individui e gruppi di individui in reciproca interazione e con obiettivi produttivi comuni", nonché come "un sistema aperto, cioè in continua interazione con l'ambiente circostante e con altre organizzazioni".

I processi comunicativi si svolgono a tutti i livelli, visto l'elevato numero e la disparità degli interlocutori reali e potenziali.

Gli interlocutori sono sia esterni che interni all'organizzazione e differiscono per posizione e status.

Ogni gruppo o individuo dell'organizzazione segue una propria strategia di potere.

Per Pettigiani e Sica (1993 ) la parola "comunicazione", all'interno delle organizzazioni, può venir intesa in almeno cinque modi diversi:

  • in senso tecnologico, qualora si parli dei veicoli dell'informazione (telecomunicazioni),
  • in senso amministrativo e gestionale, qualora si intendano i sistemi informativi usati per trattare i dati necessari all'esercizio delle funzioni,
  • in senso strutturale, qualora ci si riferisca ai collegamenti gerarchici verticali o ai collegamenti trasversali dell'organizzazione,
  • in senso psicosociologico, qualora si guardi ai rapporti intercorrenti tra capo, gruppi e singoli collaboratori (in termine di comunicazione di idee e sentimenti),
  • in senso sociale, per quanto concerne le informazioni che la direzione diffonde all'interno e all'esterno e in relazione alla natura dei rapporti con la comunità di lavoro.

I gruppi che formano l'organizzazione possono essere classificati in:

  • gruppi omogenei, i cui membri hanno una formazione e svolgono dei compiti similari,
  • gruppi eterogenei, i cui membri lavorano quotidianamente insieme, pur differenziandosi a livello gerarchico e funzionale per la natura del compito svolto,
  • gruppi trasversali, che si formano in occasioni di iniziative o riunioni, messe in atto per concordare piani, strategie e obiettivi comuni.

Le reti di comunicazione attivate varieranno in questi gruppi al variare delle strutture gerarchiche e al variare dell'ampiezza del numero dei loro componenti.

La mancanza di informazioni genera normalmente dipendenza nei confronti di chi ha più informazioni e di miglior qualità.

Le reti formalizzate sono necessarie alla circolazione delle informazioni, che consente all'organizzazione di mantenere la sua efficacia.

Per Petit (1979) le reti e canali reali sono costituiti insieme dalle reti e dai canali formali e informali.

Secondo Jaques (1978), la circolazione delle informazioni all'interno dei canali dipende dall'influenza di "portieri", che possiedono il controllo delle sezioni dei canali.

Allport e Postman, in base ali loro studi, hanno rilevato che la comunicazione, nel passaggio attraverso i vari portieri, subisce un processo di riduzione quantitativa, di perdita e di accentuazione di alcune parti informative, ciò a causa del fenomeno dell'assimilazione che risulta "dalla forza esercitata dalle abitudini, dagli interessi e dai sentimenti di coloro ai quali l'informazione si rivolge" (Allport, Postman, 1974, p.180).

Col processo di consolidamento i portieri ristrutturano i messaggi adattandoli ai loro bisogni personali (da ciò il potere sulle informazioni).

Per March e Simon (1971) si verifica anche un processo di "assorbimento dell'incertezza" quando le conseguenze, dedotte da prove, vengono comunicate al posto delle prove stesse.

Ne consegue, per gli interlocutori, uno stato di dipendenza e di fiducia accordata a colui che opera il processo di assorbimento.

 
 1.5. Comunicazione, cultura e identità organizzativa 

Per Shein la cultura organizzativa può esser definita come:

…l'insieme coerente di assunti fondamentali che un dato gruppo ha inventato, scoperto o sviluppato imparando ad affrontare i suoi problemi di adattamento esterno e di integrazione interna, e che hanno funzionato abbastanza bene da poter essere considerati validi e perciò tali da essere insegnati ai nuovi membri come il modo corretto di percepire, pensare e sentire in relazione a quei problemi"
(Schein, 1986, p. 396)

Secondo Berg e Gagliardi, l'organizzazione vive nella tensione tra processi di individuazione e processi di accreditamento, dove i primi tendono all'aggregazione simbolica e i secondi all'accettazione da parte della società.

L'individuazione comporterebbe, di per sé, la costruzione di un sistema semantico forte, esplicito, il riferimento a una cultura ben definita e destinata a dominare tutta l'attività espressiva dell'organizzazione; l'accreditamento invece indurrebbe ad occultare all'esterno la propria identità culturale e alla riduzione a valori "di superficie", subordinati alle aspettative del contesto e dei destinatari (Berg e Gagliardi, 1986, pp.333 -335).

Tra l'organizzazione e l'ambiente si hanno rapporti di natura fattuale, ma si scambiano anche le rappresentazioni simboliche dei beni oggetto delle interazioni, generando la creazione di valori aggiuntivi e immateriali.

Normalmente l'organizzazione comunica all'esterno di produrre qualcosa, secondo certe qualità.

L'organizzazione presenta gli elementi finali della sua attività, segnalandone valore, efficacia, utilità e rendimento (Bettetini, 1993, p.64).

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