La scuola vista dal web: comunicazione, identità e cultura nei siti internet delle scuole superiori di Milano |
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2. Storia, teorie e correnti dei media2.1. La relazione esistente tra cultura, società e mezzi di comunicazione
In quanto agenzie di socializzazione, i moderni mass media possiedono diverse caratteristiche uniche:
Viene definito cultura di massa il tipico contenuto prodotto e diffuso dai mezzi di comunicazione di massa e che va distinto sia dall'alta cultura prodotta dall'élite culturale, sia dalla cultura del folclore, tradizionalmente prodotta in seno alle classi rurali o inferiori (McQuail, 1993, p.46). La cultura di massa può considerarsi un derivato di alcuni processi quasi inevitabili della società moderna: la crescita del mercato; la supremazia dell'organizzazione su vasta scala, la disponibilità di nuove tecnologie per la produzione culturale (Bauman, 1972). I mezzi di comunicazione di massa (stampa, cinema, radio, televisione, ecc.) hanno colonizzato le altre forme culturali fino a costituire una nuova tipologia culturale. Denis McQuail nel libro "Le comunicazioni di massa" ci espone alcune caratteristiche dell'istituzione dei mezzi di comunicazione:
I mezzi di comunicazione di massa danno la possibilità di conoscere i contorni dell'ambiente simbolico entro il quale si vive, rendendolo comune a più individui che addivengono così a un grado di percezione comune della realtà. Inoltre i mezzi di comunicazione detengono un ruolo di mediazione fra la realtà sociale oggettiva e l'esperienza personale, integrando la percezione diretta della realtà. Secondo Thompson (1998) il termine "massa" appare fuorviante perché induce a immaginare un pubblico vasto, mentre il pubblico dei mezzi tecnici di comunicazione può essere circoscritto e specializzato. Per Thompson il termine "comunicazione di massa" sta a indicare semplicemente che i prodotti della comunicazione sono accessibili in linea di principio a una pluralità di destinatari. Inoltre il termine massa, per Thompson, appare inappropriato in quanto induce a pensare ai destinatari dei prodotti mediali come a spettatori passivi e acritici (Thompson, 1998, pp.41-43). Per Thompson la "comunicazione di massa" indica "la produzione istituzionalizzata e la diffusione generalizzata di merci simboliche attraverso la fissazione e la trasmissione di informazioni e contenuti simbolici (Thompson, 1998, p.44). Thompson ritiene che siano cinque elementi, principalmente, a caratterizzare la comunicazione di massa:
Thompson (1998, p.122-129), per esaminare i diversi tipi di relazione prodotti dall'uso dei mezzi di comunicazione, propone una distinzione tra tre tipi di interazione:
Nel caso della quasi interazione mediata le differenze sociali tra i riceventi incidono sui modi in cui questi si rapportano ai messaggi che ricevono e sul modo con cui li interpretano e li intergrano nella propria vita. Possono comunque aver luogo azioni di risposta concertate, che si verificano quando gli individui reagiscono ad eventi mediati in modo simile. Un'importante conseguenza dello sviluppo delle telecomunicazioni è stata la riorganizzazione dello spazio e del tempo che si è prodotta soprattutto a seguito della scoperta della simultaneità despazializzata. Infatti attualmente gli individui sperimentano secondo nuove modalità le caratteristiche spazio-temporali della vita sociale. Si è creato un senso della storicità mediata, per cui il nostro apprendimento degli eventi del passato viene plasmato dall'industria mediale. Come dice McQuail (2001, p.76) "le informazioni, immagini e idee rese disponibili dai mezzi di comunicazione possono essere per la maggioranza della gente la fonte principale di una coscienza di un passato collettivo (storia) e dell'attuale posizione sociale", fino a venire a costituire una vera e propria mappa della nostra identità. Siamo in presenza di una mediazione del contatto con la realtà sociale, che fa sì che si creino rapporti, mediati dai mezzi di comunicazione, più deboli dei legami personali diretti. "Le nuove tecnologia, infatti, possono portare a cambiamenti rivoluzionari dove l'intermediazione sostituisce o integra il processo di mediazione" (McQuail, 2001, p.78). Sono mutati anche la nostra percezione dello spazio e il nostro senso di appartenenza: apparteniamo infatti a comunità e gruppi costituiti almeno parzialmente dai media. Il mondo oggi è più contratto, poiché è andato modificandosi il senso della distanza (Thompson, 1998, pp.50-58). Rosengren sostiene che:
Per Rosengren (2001) si hanno cinque processi mediante i quali il contenuto dei mass media raggiunge ed influenza gli individui e i gruppi:
Il contenuto dei mass media raggiunge e influenza gli individui a seconda delle modalità di gate-keeping e del livello di accessibilità messi in atto. Il gate-keeping (selezione di notizie a opera del "portiere") è la funzione che determina il passaggio o meno delle informazioni ai fini di una elaborazione a un livello successivo. L'accessibilità è la possibilità o meno di avere accesso ai mass media e alle informazioni e quindi di poter influire e partecipare alle decisioni collettive. Come dice J. Bourdon in "Introduzione ai media":
Si può parlare di tradizioni di ricerca qualora questo tipo di teorie abbiano resistito a ripetute verifiche empiriche. Le grandi teorie, di cui parla Bourdon, rappresentano degli idealtipi, modelli intellettuali non esistenti realmente, ma che permettono di orientarsi, classificare e rendere intelligibile la realtà. Gli autori possono collocarsi nelle varie correnti, ma mai con la caratteristica di esclusività. Bourdon, nel distinguere le varie correnti, individua un polo profetico e un polo scientifico. Secondo McQuail la teoria socio-scientifica ha inteso trattare principalmente tre questioni relativamente all'attività dei sistemi di comunicazione pubblica nella società: l'esercizio del potere nella società, l'integrazione sociale e il cambiamento sociale (McQuail, 1993, p.68). Il polo scientifico può essere suddiviso in una corrente empirica e in una corrente critica. La corrente empirica rifiuta l'idea di media potenti e valorizza il ruolo attivo del pubblico, si richiama alla tradizione sociologica funzionalista ed è ottimista e pluralista sul piano politico. Organizzazioni e professionisti sono considerati indipendenti rispetto gli interessi economico-politici cui sono legati. La corrente critica al contrario considera i media fortemente influenti sul pubblico e facenti parte di un processo globale di dominazione sociale nelle società capitaliste. Alle inchieste sul pubblico sono preferite le analisi dei documenti prodotti dai media e la rilevazione degli assetti proprietari e di potere all'interno delle organizzazioni. Recentemente i ricercatori sono stati influenzati dalle correnti microsociologiche, più relativiste sugli effetti e che rinunciano a una valutazione politica globale. Le correnti profetiche sono protette dalla loro non verificabilità, parlano del futuro e predicono gli effetti prodotti dai media, avvicinandosi alla corrente critica per quanto riguarda l'influenza attribuita da loro ai media, visti come potenti. Le correnti profetiche possono essere suddivise in correnti di ottimisti e utopisti e correnti di pessimisti e elitisti. Gli utopisti, spesso giornalisti, hanno di volta in volta esaltato la capacità dei media di stabilire o ristabilire la democrazia politica o culturale. Gli elitisti enfatizzano la cultura tradizionale, minoritaria ed elitaria, che considerano minacciata dai media. Le correnti profetiche si distinguono anche per il tipo di spiegazione privilegiata. Sono accomunate dal considerare l'uomo svincolato dai legami sociali. Il determinismo tecnologico considera che ogni singolo mezzo tecnologico possa produrre effetti precisi. La tesi della massificazione considera l'individuo come isolato nella massa, che diventa il luogo principe dell'azione dei media. Si tratta della tesi più pessimistica, ed è vicina all'elitismo. 2.3.1. La teoria della massificazione Secondo i suoi teorici, la massificazione disgrega e annienta la società e la sua eredità culturale. Le masse sono viste come credule e manipolabili. McQuail ci rammenta che:
Secondo la teoria della società di massa, esiste un'influenza del vertice sulla base e i media svolgono una funzione di controllo e di filtro. Mills (1956) sottolinea che si esercita un controllo antidemocratico dall'alto, che dà poche possibilità di replica. Lasswell utilizza la metafora dell'ago ipodermico ad indicare che i media rappresentano una sorta di iniezione che addormenta gli individui. Ciacotin spiega col comportamentismo il fatto che gli individui possano venire condizionati. Così come l'agitatore manipola la folla, i media manipolano la massa. Il pubblico viene invece visto in un accezione più positiva, in quanto esiste in esso un sentimento di integrazione. I media agiscono per suggestione, da qui la metafora dell'ipnosi per intendere la manipolazione effettuata attraverso i media. Per Le Bon esiste una sorta di istinto di sottomissione che è tipico delle folle. Ellul distingue tra la propaganda sociologica dei media occidentali liberali, che propaga uno stile di vita col consenso del gruppo sociale, e la propaganda politica, praticata deliberatamente dal potere politico al fine di modellare le opinioni. Per Debord lo spettacolo costituisce il modello di vita socialmente dominante ed è l'affermazione di una scelta già operata nell'ambito produttivo. Bourdon sottolinea le molte critiche che vengono fatte al mezzo televisivo:
Baudrillard denuncia la "iperealtà", prodotta dalla comunicazione elettronica, in cui si rischia di annullare la differenza tra mondo reale e immagine mediata. I fatti vengono sostituiti dalla simulazione dei media. Per Vattimo, invece, la proliferazione dei media ha offerto anche nuove speranze di emancipazione, generando una visione della realtà più pluralista. Il problema rilevante è però quello dell'erosione del principio di realtà. La tradizione britannica denuncia la minaccia che la cultura di massa fa pesare sulla cultura d'élite. La cultura alta tradizionale viene sottomessa ad obiettivi commerciali. Anche il sistema educativo contemporaneo viene considerato asservito all'industria del divertimento. Così la pensano Bloom e Finkielkraut. Si hanno anche alcune posizioni decisamente più ottimistiche. Per Shils la trasformazione mediatica va a favore dei ceti meno colti. Friedmann fa corrispondere all'estensione del tempo libero la speranza di una democrazia culturale. Soprattutto con l'avvento di Internet, nel parlare di comunicazione, si fa riferimento a un pubblico frammentato e attivo e non più alla massa. Da citarsi infine è la distinzione che fa Eco negli anni Sessanta tra apocalittici e integrati. Gli apocalittici sono preoccupati per la diffusione di una cultura di massa, accusata di omogeneità e scarsa originalità, conformista e sottomessa alle leggi commerciali. Per Ortega y Gasset questa critica non riguarda però la cultura di massa quanto le masse stesse. Mentre per Dwight MacDonald il problema è che la cultura di massa è terreno fertile per tentazioni autoritarie. Gli integrati parlano al contrario di cultura popolare. I mass media, visti in quest'ottica assolvono al compito di innovazione dei linguaggi e sensibilizzazione. In pratica, la soluzione proposta alla massificazione sembra consistere nell'uso liberatorio dei nuovi media dal basso (Enzenberger, 1970). È possibile per il pubblico sottrarsi alla manipolazione e al controllo, in quanto le influenze di gruppo, classe e subcultura o i localismi limitano il potere manipolatorio dei media (McQuail, 2001). La teoria postmoderna è antitetica alla visione della società di massa e i nuovi media incoraggiano una visione utopistica della società. I deterministi sottolineano il rapporto che esiste tra i supporti tecnologici utilizzati per la comunicazione e i processi cognitivi che si mettono in atto. Lo storico dell'economia Innis (fondatore della Scuola di Toronto) ha attribuito i tratti caratteristici delle civiltà antiche alle tecniche via via dominanti di comunicazione, riflesso delle diverse forme sociali. Per Innis:
Per Marshall McLuhan il medium è il messaggio, ovvero il contenitore influenza il contenuto e la sua percezione. McLuhan ha suddiviso i media in freddi e caldi, ma questa sua classificazione non ha resistito al passare del tempo ed ha parlato di villaggio globale, anche se pure questo è in parte smentito dai fatti. Al contrario dell'ottimista McLuhan, Baudrillard risulta esser molto pessimista con la sua affermazione che i contenuti dei media sono solo simulacri. I media sono esclusivamente un mezzo di controllo sociale. Per Ferguson (1986), il determinismo neo-tecnologico - che si concentra sulla rivoluzione informatica e mediatica operata dai nuovi media - costituisce un sistema di credenze che tende ad operare come una profezia che si autoavvera. Il principale rappresentante di questa corrente è Lazarsfeld, che propone l'inchiesta come momento principe del lavoro sociologico. Gli empiristi non sono grandemente supportati dalla teoria nella conduzione del loro lavoro, che è di fatto un lavoro sul campo. Le ricerche sugli effetti dei media si pongono in prospettiva funzionalista. Si cerca di individuare a quali funzioni assolva il processo di comunicazione: per Lasswell al controllo dell'ambiente, alla correlazione delle componenti della società e alla trasmissione dell'eredità sociale. A queste funzioni verrà aggiunta in seguito quella del divertimento da Wright. Lasswell riduce la società a un flusso di comunicazioni mediatiche e viene eliminata la possibilità di addivenire a una sintesi teorica generale. Per McQuail (1993), le funzioni principali assolte dai media per la società sono le seguenti:
Le ricerche sul pubblico dimostrano che i mezzi di comunicazione mirano a rinsaldare l'attaccamento alla società e ai suoi valori (Katz, 1973). La teoria funzionalista spiega i fenomeni relativi all'integrazione sociale, tuttavia in una società complessa esistono più modi di ottenere il controllo e il consenso. I critici sono pessimisti e rifiutano il determinismo tecnologico. Essi assumono che l'individuo sia alienato e manipolato dai media. Una prima teoria citabile di derivazione marxista è la teoria politico-economica. Questa teoria afferma la dipendenza dell'ideologia da una base economica e vuole analizzare empiricamente la struttura della proprietà e i modi di operare delle forze di mercato nei media (McQuail, 1993, p.76). Secondo Garnham i contenuti veicolati dai media sono soggetti a forme di pressione e condizionati dagli interessi economici dei proprietari (Garnham, 1979). La Scuola di Francoforte sviluppa la teoria critica ed elabora il concetto di industria culturale. Secondo Adorno l'arte fraudolenta prodotta dai media perverte e distrugge le culture popolari autentiche. I bisogni sono amministrati dall'alto e prodotti dall'industria culturale. Il "sistema di produzione di massa dei beni, dei servizi e delle idee aveva fatto accettare più o meno completamente il sistema capitalistico con la sua devozione alla razionalità tecnologica, al consumismo, alla gratificazione di breve termine e al mito della società senza classi (McQuail, 1993, p.78). Così i mezzi di comunicazione erano stati un potente meccanismo per il contenimento del cambiamento. Per Marcuse l'industria della cultura aveva creato una società unidimensionale. Già negli anni Trenta Benjamin aveva sottolineato come la riproducibilità dell'opera d'arte le conferisse la dimensione dell'attualità e la negazione della unicità, che la rendeva oggetto di culto. Habermas parla invece di declino di quello spazio pubblico borghese, in cui si poteva discutere apertamente dell'esercizio del potere statale. L'opinione pubblica subisce la manipolazione dei media e della pubblicità. La teoria dell'egemonia dei media si è concentrata sull'ideologia e le sue forme di espressione e sui meccanismi con cui si sviluppa invadendo la coscienza delle sue vittime. Per Althusser la chiesa, la scuola e i media esercitano una violenza simbolica perpetuando le rappresentazioni con il consenso degli individui che vi sono sottoposti. L'ideologia è un influenza culturale pervasiva e deliberata che consente di interpretare la realtà, domina e impone un quadro di riferimento. Secondo il modello dell'egemonia, i media sono subalterni alle istituzioni e "diffondono una visione del mondo modellata dall'orientamento degli interessi dominanti" (McQuaii, 2001, p.79). I critici studiano principalmente la struttura della proprietà dei mezzi elettronici, i documenti prodotti dai media e l'imperialismo culturale. L'approccio socio-culturale rivela un punto di vista più positivo nei confronti della cultura di massa, attribuendo pari importanza al messaggio e al pubblico e proponendosi di valutare le scelte e le reazioni connesse alla fruizione della comunicazione da parte dei sotto-gruppi della società. Secondo il modello pluralista, non esiste una élite dominante unita e "a stimolare la domanda sono pubblici differenziati in grado di resistere ai tentativi di persuasione e di rispondere attivamente all'offerta dei media" (McQuail, 2001, p.80). |
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